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mercoledì 10 maggio 2017

JEAN-MICHEL BASQUIAT al Chiostro del Bramante di Roma

autrice: Maria Rita Ursitti (LoveKira) 



Chi si trovasse a transitare per le strade del centro storico, precisamente alle spalle di Piazza Navona, potrebbe essere incuriosito da un'affiche dal fondo scuro su cui spicca una corona: è uno dei simboli prediletti di Basquiat, l’artista americano esposto sino al 30 luglio 2017 nelle sale storiche del Chiostro del Bramante con la mostra JEAN-MICHEL BASQUIAT - New York City (Opere dalla Collezione Mugrabi).

Per  questo spazio espositivo si tratta di un ritorno. Era il 2002, e il Chiostro, che ha sempre avuto un occhio attento al contemporaneo, ne faceva conoscere l’opera ad un pubblico romano curioso verso quel giovane artista morto da poco più di un decennio a soli 27 anni.
Fu una bella scoperta vedere un pezzo di vita americana a Roma, una  città così imperniata di storia antica che per trovare linguaggi simili bisognava aggirarsi nelle periferie o leggere le cronache locali in cui si denunciavano atti di vandalismo sui muri. Sembrano passati anni luce, e oggi possiamo ammirare la street art nei quartieri “giovani”  o assistere all’inaugurazione  dei murales sul lungotevere del grandissimo Kentridge, ma questa è un'altra storia, tanto per rubare le parole a Lucarelli.


Jean Michel Basquiat (1960-1987), dopo una tappa milanese approda nella Capitale con un centinaio di opere pittoriche, disegni, ceramiche, serigrafie, tutti provenienti dalla collezione dell’imprenditore Jose Mugrabi, oggi quotate a prezzi esorbitanti ( soltanto un paio di settimane fa i giornali  riportavano la notizia di una vendita all’asta stimata tra i 14 e 18 milioni di sterline).
Cresciuto guardando i cartoni animati, i supereroi dei fumetti della Marvel, stimolato dalle incursioni ai musei insieme alla madre, Basquiat  sognava di fare il fumettista per poi scegliere l’Arte. Le prime opere che incontriamo nelle sale ci proiettano subito in un mondo dove espliciti si fanno i riferimenti a quei modelli di cui si riprendono schemi e linguaggi: immagini incorniciate proprio come nelle strisce dei cartoon (volti, aeroplani),  figure dai bordi vistosamente marcati e rigorosamente bidimensionali, colori forti, uso  di simboli e di parole, e infine lettere ripetute come anagrammi o cacofonie.
Non si tratta di reminiscenze delle avanguardie -anche se l’influenza del dadaismo è innegabile- quanto di formulare un personalissima poetica  di cultura di strada, di eroi moderni e di sbandierato analfabetismo artistico.

Il linguaggio di Basquiat, già noto per le sue incursioni writer a New York sotto l’acronimo SAMO, si affaccia al mondo dell’arte con un’esplorazione visiva dove si mescolano colori brillanti, segni stilizzati, simboli di strada (hobo) scritte con un linguaggio che spazia dall’improvvisazione del ritmo musicale – le mescolanze del jazz e il ritmo dell’hip hop sono una componente intrinseca della sua arte- ad una deliberata strategia compositiva.
Se ad un sguardo iniziale, le prime opere in successione nelle sale sembrano espressioni di un puro divertimento -immagini di macchine stilizzate,volti mostruosi, arti umani, collage- per le composizioni più complesse ci rendiamo conto di avere di fronte un linguaggio a cui sfugge la chiave d’accesso. La grammatica di Basquiat ci disorienta, ponendoci di fronte a lettere cancellate, figure sbarrate, sovrapposizioni di colore in cui s’intravede una ridipintura; dunque una narrazione in cui soltanto qua e là riusciamo a darne un senso logico.
Infatti, osservando le figure e, in particolare, le  parole mescolate,  si originano sensazioni che si mescolano alle nostre conoscenze,  È una memoria, come quella umana, continuamente soggetta a cambiamenti e arricchimenti – evidente nelle opere in cui il colore è ripassato sopra per cancellare lo strato sottostante -. Non un universo ordinato, ma un caos, instabile ed ambiguo.
Nulla è in stasi, non le nostre idee e nemmeno la nostra memoria, sembra voler dire l’artista con immagini fatte di attimi, di ricordi, d’intuizioni. Ma quelle cancellature, quelle parole barrate non sono ripensamenti, impennate creative, bensì assenza. La parola rimane visibile, ma è negata nella sua funzione, segni al contempo funzionale e decorativo, costringendoci sia  ad una pausa ( come in un ritmo musicale) sia ad una ricerca di senso. Infine questa assenza diventa presenza.

Lontanissimo dal  nonsense dadaista il suo approccio è ricco di contenuti come quel continuo riferimento ai suoi eroi, quegli atleti, quei musicisti e scrittori, quasi sempre di colore che anche la storia ghettizzava. In opere come New York , New York (1981) o in Yellow Tar and Feathers (1982) presente e passato si mescolano portanti alle estreme conseguenze; una “memoria” immaginaria che fa da ideale contenitore di tutte le memorie possibili, aprendosi dunque a differenti orizzonti temporali, grazie alla forza evocativa.
Job Analisis (1983) si mostra davanti agli occhi dell’osservatore come un mondo interiore , multiforme e terribilmente intricato: ancora fumetti (bugs banny), accostati a spade inquietanti, simboli di protesta sindacale. È il mondo dell’artista tutt’altro che infantile, capace di rivelare senza troppe remore un abisso oscuro in cui si ha paura di perdere se stessi.

Prosegue una sala dedicata alle Collaborations, le opere a quattro mani, con il genio di Andy Warhol, prima idolo poi amico, dove i due dipingeranno insieme unendo il mondo Ribelle del primo a quello Pop del secondo.
Il percorso della mostra al secondo piano è dedicato alle opere grafiche. Su un fondo nero lavagna come disegnate da un gessetto, il cattivo scolaro Basquiat ci mostra parti del corpo umano sezionate, soprattutto ossa, rigorosamente affiancate alle parole che le definiscono.
L’interesse dell’artista verso l’anatomia risale al 1976, durante una convalescenza, quando la madre, forse per aiutarlo a comprendere ciò che gli stava accadendo, gli regala un libro di anatomia di Hanry Gray, affascinando quel bambino che crescendo affiancherà ad esso l’"Artistic Anatomy" di Paul Richer e i disegni di Leonardo da Vinci.

Ed ecco le 18 serigrafie, esse  riattingono a quegli stimoli infantili. Tuttavia, se  la memoria umana ha la funzione di ordinare il mondo che ci circonda e dunque di aiutarci a relazionarci con esso, qui Basquiat ci rimanda anche ad una memoria culturale fatta di graffiti rupestri, di libri di studio e ancora ai murales;  dunque  quelle figure fantasma che sembrano fluttuare su uno sfondo nero non alludono  tanto ad  una vivisezione di una figura umana scarnificata, ma quanto all’uccisione di una memoria storica che sembra perdere il suo scopo.
Il Basquiat più intimo e forse più complesso emerge nei disegni, dove ancora una volta è la scrittura a dominare o ancora in un omaggio all’arte di Warhol con un casco in cui sono attaccati i veri capelli di Basquiat: arte e vita si mescolano.

Chiude la mostra l’opera Gravestone del 1987,  poco precedente la morte dell’artista e poetico omaggio all’amico scomparso Andy Warhol. Una moderna lapide formata da tre porte assemblate con cerniere su cui sono raffigurate una croce, un tulipano nero, un teschio, un cuore, pennellate di colore è la scritta “deperibile”. A fronte di un mondo esteriore caotico e governato dagli eccessi, ed un mondo interiore lentamente soffocato, l’arte diventa urgenza, l’unico portatore di vita e di morte insieme.
La storia di Basquiat, al di là del mito, è scritta sulle sue tele. Lì possiamo rintracciare le sue memorie, i suoi supereroi, i suoi sogni e i suoi demoni;  lì possiamo il suo timore di non essere ricordato, il suo sacrificio ad una musa da cui tutto dipende e a cui tutto ritorna, anche la vita.
Il Re è morto,viva il Re!

Moderno Icaro, Basquiat, si è bruciato con le sue ali di cera, ma ha vissuto un sogno radioso come ci ricorda il pittore Giovanni Palmieri, che al sogno dei bimbi di diventare supereroi per un giorno ha dedicato l’omaggio creativo di ricreare per loro il mondo di Basquiat. E per questo, e per tanto altro, lo ringrazio infinitamente.


- Maria Rita Ursitti -





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