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venerdì 4 luglio 2014

CHI E' ANDY WARHOL






Dell’icona assoluta dell’arte Pop, Andy Warhol ha rappresentato proprio tutto. 
Chi è Andy Warhol? Un eclettico personaggio dalle parrucche argentate e lustrini colorati, un fotografo e cineasta, un produttore e promoter di complessi musicali ma è, soprattutto, uno dei protagonisti indiscussi dell’arte del secolo scorso.

Nato a Pittsburgh nel 1928 da immigrati ruteni e scomparso a New York nel 1987, Warhol vive nell’immaginario collettivo di quanti ne sanno apprezzare l’originale ispirazione e la tagliente ironia,  e continua, ancora oggi, a fornire una chiave di lettura della società contemporanea. Dunque, per ricordalo e celebrare il suo lavoro, dopo una tappa milanese, Fondazione Roma ospita fino al 28 settembre nelle sale di Palazzo Cipolla opere provenienti dalla Brant Foundation: disegni, serigrafie, tele, dipinti, fotografie, autoritratti (Self Protrait, Green, Self Portrait in Drag, Self Portrait, red on black), passando attraverso le opere più iconiche come le Electric Chairs (1964),  Blue Shot Marilyn (1964) e il grande ritratto di Mao (1972). Lavori che testimoniano una storia d’arte e d’amicizia come quella nata tra l’artista e il giovane collezionista Peter Brandt; un fortunato incontro che darà vita alla mitica e rivoluzionaria rivista Interview, fondata da Warhol e acquistata poi da Brandt alla morte dell’artista. 

Nella prima sala ci accolgono divertenti disegni di scarpe dorate: Shoe (red with blond cherub) del 1958, calzature fantastiche disegnate a blotted-line su foglia d’oro (la rivista Life gli dedicherà un lungo articolo!), altre presentate con i nomi di personaggi famosi che rivelano un giovane Warhol affascinato dal mondo della moda e dei divi di Hollywood. 
Soltanto due anni dopo Warhol inizia una strada del tutto indipendente, divenendo in breve tempo uno degli artisti più celebri e più espressivi di quegli anni.
I primi dipinti dai colori accesi e i contorni netti trovano ispirazione nel mondo del fumetto e della pubblicità: ecco le immagini Dick Tracy, Mickey Mouse e la Coca-cola lasciare il mondo del consumo quotidiano ed approdare nelle gallerie d’arte, e ancora fare bella mostra di sè, le ormai celebri lattine di minestra Campbell’s  Sup con le quali l’artista tocca un tasto che diventerà centrale nel successivo sviluppo della sua ricerca, e rappresentare solo “very american things”.

  “Quel che è grande nell’America è che ha dato il via all’abitudine per cui un consumatore ricco compra le stesse cose di un consumatore povero”.

Con queste parole Warhol rifiuta in blocco l’intero repertorio della tradizione dell’arte, con tutta la sua stratificazione di significati e concettualismi, muovendosi unicamente nelle coordinate delle immagini prodotte dalla cultura di massa americana presa senza commenti espliciti.
L’idea di fondo, provocatoria pur senza dichiararsi tale, è quella di documentare l’universo visivo del quotidiano, dove le immagini pubblicitarie, nate per scorrere e per loro natura “invisibili” nella loro transitorietà, divengono, attraverso la proposta artistica, “visibili”. Per ottenere ciò Warhol usa due mezzi: lamplificazione, un effetto ottenuto attraverso l’isolamento e la dilatazione dell’immagine, oppure la ripetizione seriale, dove l’artista riproduce l’immagine per un numero infinito di volte, con un  modus che ricorda molto quello martellante della pubblicità.
Operando all´interno del linguaggio dei media di comunicazione di massa, Warhol non apporta novità, ma ne smonta le componenti e i relativi processi in un´atmosfera di fredda impassibilità, dove anche le situazioni più tragiche e violente si presentano raggelate e anestetizzate.

Temi carichi di tensione, come i Car Crash (Incidenti automobilistici) e Electric Chair (sedia elettrica) che incontriamo nelle sale successive vengono trattati alla stregua di un fotogramma di un film, equivalente all’opera the Kiss (Bela Lugosi), del 1964 tratta dal film Dracula.
Warhol si pone sullo stesso piano dello spettatore, di colui che nella vita moderna guarda e subisce la realtà come una finzione, anzi egli stesso si trasforma in un mezzo di comunicazione di massa. Prima conseguenza, il rifiuto dell’invenzione e della produzione: nessuna delle immagini di Warhol sarà esclusivamente opera sua, spesso anche le idee non gli appartengono; l’artista si limita a trattenere e rifare le immagini prescelte.
Il passo successivo è l’abbandono delle tecniche pittoriche in favore della fotoserigrafia, in cui un’immagine fotografica in bianco e nero, fortemente contrastata, viene trasferita su un telaio di seta in modo tale da stamparla su qualsiasi superficie piana.
Obiettivo di Warhol non è riprodurre gli effetti della fotografia, ma mettere in evidenza gli aspetti percettivi e comunicativi dell’immagine, una sottolineatura, in fondo, del noto teorema benjaminiano sull'impossibilità di una creazione artistica originale con l'avvento di tecnologie che offrono la possibilità di una riproduzione ad infinitum dell'oggetto di "godimento estetico".

Caratteristica dell’arte di Warhol diviene la forza del colore. Egli è il primo artista ad usare sistematicamente l’inchiostro industriale, fotografico e tipografico, come il rosa industriale dei primi Flowers del 1964 esposti in mostra. Si tratta di un colore violento nei suoi singoli timbri, equivalenti in sostanza ai colori della selezione di una diapositiva fotografica: l’effetto è di un impatto visivo ed emotivo molto forte.
Warhol ha sempre sostenuto di desiderare un’arte che sia esclusivamente la registrazione della realtà e di voler anche trasformare se stesso in medium: il cine-occhio fornitogli della sua prima 16 mm sembra proporsi come ulteriore passo in questa direzione. Le scelte dell’artista sono fortemente influenzate dalla notorietà del personaggio: Marilyn infatti viene ritratta come sex symbol da "consumare", con plateale accentuazione dei tratti tipicamente femminili, il trucco pesante, le labbra sottolineate dal rossetto, l'espressione ammiccante ed il sorriso stampato di chi sorride per mestiere, icona del fascino femminile e regina dell'immaginario americano, di una bellezza stereotipata.

Quando nel 1963 prende in affitto un vecchio deposito nella 47th E Street, divenuto in seguito famoso come The Factory, prenderà vita un enorme palcoscenico. Le cronache lo descrivono mentre si aggira tra i vari personaggi di questo personale circo mosso da un misto di innocenza e consapevolezza, pronto a stimolare chiunque a dipingere, fare film, esprimere se stesso in pubblico, ma anche veloce a cogliere le tensioni del tempo e a carpire stimoli e idee da riutilizzare per la sua produzione artistica. 

Dopo l’esperienza cinematografica, il ritorno all’arte di Andy Warhol è quasi esclusivamente concentrato sui ritratti, su commissione e non. Questi ultimi forse sono divenuti le opere maggiormente rappresentative della sua arte. La tecnica è sempre la stessa: il ritratto creato parte da una semplice fototessera (Warhol ne scattava 40, selezionandone poi 4 da cui poi scegliere)  con il volto dilatato, ingrandito e messo in massima evidenza dalla centralità, presentandosi frontale e fluttuante su un fondo di colore astratto.

Tra il 1980 e il 1982 Warhol realizza anche molti dei suoi celebri autoritratti  presenti in una sala di Palazzo Cipolla, dove non poteva mancare anche unʼOxydation gigantesca del 1978, ottenuta urinando su pigmenti metallici e provocando una reazione chimica che sfugge al controllo e crea nuovi colori (altrimenti note come Piss Paintings) e il celebre ritratto di Jean-Michael Basquiat del 1982 che ricorda l'inizio dell'amicizia tra i due artisti, mentre una vastissima galleria di Polaroid scattate da Warhol riporta alla luce i volti noti dell’epoca, come Liza Minnelli, Jane Fonda, Joan Collins, Sylvester Stallone, Pelè, Donna Summer, Truman Capote, Mick Jagger, Jimmy Carter, Yves Saint Laurent.

In sottofondo nell’esposizione non poteva mancare Sunday Morning, mitica canzone scritta da Lou Reed e John Cale nel novembre del 1966, traccia principale dell’album Velvet Underground & Nico del gruppo rock statunitense Velvet Underground. La cover dell’album di debutto del gruppo raffigurante una banana era stata firmata da Andy Warhol che aveva prodotto lo stesso album. Un altro esempio del talento poliedrico di un artista dai tanti volti.

Il volto spettrale di Andy Warhol ci congeda nelle ultime sale accanto a The Last Supper, una  delle straordinarie interpretazioni del Cenacolo di Leonardo da Vinci, e dietro l'eccentricità e l’originalità dei suoi capelli sembra volerci comunicare, ancora una volta, i mutamenti nella consumistica società statunitense della seconda metà del secolo scorso.

 L'arte non è elitaria, non è per pochi, ma appartiene ad ogni essere umano.

Non ti preoccupare, non c’è niente che riguarda l’arte che uno non possa capire”.


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