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venerdì 11 marzo 2016

UNA VISITA ALLA CASA MUSEO PIETRO CANONICA



"Fin da bambino, io mi sentivo attratto verso tutto ciò che era bello, ed ogni manifestazione d’arte era per me incanto... disertavo i banchi della scuola, per correre ad ammirare un tramonto sulle rive del Po od il verde dei colli torinesi..."

All’interno del parco più amato di Roma, Villa Borghese, troviamo un piccolo edificio protetto da basse mura turrite, si tratta della Fortezzuola, Casa-Museo di un artista un tempo molto apprezzato, oggi quasi dimenticato: Pietro Canonica ( Moncalieri 1869 – Roma 1959).

Cos’è un museo? Forse una categoria dello spirito? È ciò che deve aver pensato Pietro Canonica, scultore, pittore, musicista e letterato che in queste stanze visse gli ultimi anni di una brillante carriera con l’intenzione di creare l’ultima sua più ambiziosa opera: un luogo per una raccolta a propria imperitura memoria.


“Studiare il vero nella forma più pura, concentrando in essa il massimo del sentimento”
 con queste parole, più volte ripetute, l’artista dichiarava il suo credo per un’arte capace di idealizzare e allo stesso tempo esprimere i moti più segreti dell’animo, continuando “sono convinto che l’allontanamento da una ricerca pura e da grande semplicità non condurrà mai l’artista a far uscire dal marmo una figura palpitante”.

In ogni sua opera possiamo ammirare lo spirito di queste parole nella misura e nell’equilibrio classiche, accostate alle inquietudini romantiche e al sentimento moderno. Dotato di un’indiscutibile padronanza tecnica e rapidità di lavorare la pietra, Canonica entusiasma l’aristocrazia europea sin dal suo esordio artistico divenendo presto ritrattista di corte e interprete dei monumenti celebrativi che ancora oggi adornano molte piazze, non solo in Italia.

All’entrata del museo possiamo ammirare subito i marmi più suggestivi quali, Dopo il voto (calco originale del 1893) figura malinconica di una giovane monaca che suggerisce sentimenti introspettivi con quella grazia tutta ottocentesca, o il celebre Ritratto di Franca Florio, affascinante protagonista della Bella Epoque, resa immortale dal pennello di Boldini ma anche da questo splendido marmo che rende giustizia alla sua femminilità. La seconda sala è dedicata al rapporto privilegiato che l’artista ebbe con lo Zar Nicola e la sua corte costituendo nel contempo una preziosa testimonianza storica di un’epoca spazzata via dalla rivoluzione bolscevica. Presentato alla famiglia reale russa, nel 1910 eseguirà, per loro, ritratti e monumenti celebrativi, di cui qui sono presente alcuni dei modelli originali come la colossale statua di Nicola Nikolaevic a cavallo del 1912. Stabilitosi a Roma, dopo dieci anni, non cessa di essere ambasciatore del gusto italiano all’estero come testimoniano il Monumento a Faysal I, re dell’Iraq, andato distrutto nel 1958, o il Monumento alla Repubblica Turca per la città di Istanbul.

Con una vena lirica affronta invece le numerose commissioni per la scultura commemorativa: piena di tenerezza appare la figura di una bimba inseparabile dal suo gioco su cui vegliano figure angeliche per la tomba in memoria di Laura Vigo o ancora lo struggente Compianto per la tomba della Famiglia Marsaglia. La poesia lascia il posto all’introspezione psicologica nella lunga galleria dei ritratti di uomini e donne che hanno fatto l’Italia dell’epoca, dove a guidare la mano dell’artista è la determinazione a voler infondere nel marmo l’anima e la personalità dei modelli. E così la stessa personalità del Canonica, oltre che nella sua magnifica arte, è possibile rincorrerla nelle stanze da lui abitate, nella musica composta che si ascolta in sottofondo, nel gusto per le opere d’arte scelte, nella raffinatezza degli arredi antichi o ancora nella luminosità di quello studio affacciato nel giardino con i suoi attrezzi ancora visibili.


Non si può lasciare questo luogo senza un lungo sguardo all’Abisso , opera del 1912, dove è mostrato l’abbraccio immortale di due amanti, stretti quasi a volersi fondere per andare incontro al destino comune che un sentimento passionale e disperato li condanna, forse quello stesso che suggeriva Dante per Paolo e Francesca.

"...La mia storia e’ la storia della mia vita e quella della mia arte, perche’ alla mia arte ho dedicato quasi tutto il mio tempo, mentre le vicende che ho vissute, quelle di dolore soprattutto, hanno influito sulla mia anima e quindi anche sulla sua espressione. Ottanta anni di vita non mi sono bastati a dire tutta la mia parola. Il germe che è in me, che è stato e che è divino, non sono ancora riuscito ad esprimerlo tutto: ho lavorato sempre per comunicare la mia idea, per compiere la mia parola, e adesso che sono vecchio cerco ancora di esprimermi con l’energia e la passione dei miei venti anni, in tutti i campi che ho potuto tentare.Questo è quanto so di me, fin dai primi anni, fin da quando ho memoria di me stesso..."

 - Maria Rita Ursitti - 

Le immagini a corredo sono fotografie scattate dalla stessa autrice dell'articolo. 



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