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martedì 4 novembre 2014

ESCHER a Roma




Noi non conosciamo lo spazio, non lo vediamo, non lo ascoltiamo, non lo percepiamo, siamo in mezzo ad esso, ne facciamo  parte, ma non ne sappiamo nulla…”

Con queste paradossali esternazioni Escher tenta di spiegare la sua visione artistica il cui obiettivo pare sia stato l’osservare il mondo con occhi diversi. Non si tratta di una provocazione, ma della sua stessa percezione del mondo.
Circa 150 le opere tra litografie, xilografie, mezzetinte e disegni esposte nel suggestivo spazio del Chiostro del Bramante, che dal 20 settembre al 22 febbraio  presentano e ci avvicinano all’universo creativo dell’incisore e grafico olandese Maurits Cornelis Escher (1898-1972).

Il viaggio nel mondo di Escher parte dall’Italia dove l’artista soggiornò dal 1922 al 1935. E’ proprio il girovagare tra le nostre regioni alla scoperta di paesaggi inediti e luoghi insoliti che porta Escher ad osservare la natura in un altro modo, con un punto di vista diverso, tale da far emergere in filigrana quella bellezza della regolarità geometrica che talora diviene magia e gioco, dove il piccolo e il grande abitano lo stesso universo a cavallo fra sogno e geometria, invenzione e percezione visiva.

L’itinerario della mostra segue letteralmente lo sguardo di Escher e attraverso l’occhio del grande artista ci si sposta dalle meraviglie offerte dagli scorci di piccoli paesi, ma anche, per non dire soprattutto, di piccolissime creature, dal fiore di soffione, agli scarabei lucidi e neri, alla cavalletta, osservata come fosse una straordinaria architettura naturale. Così si svelano immagini della campagna senese, del mare di Tropea, dei declivi scoscesi di Castrovalva sino ai monti antropomorfi di Pentadattilo. Su questi paesaggi si esercita l’osservazione dell’artista che scorge la regolarità dei volumi, la dimensione inaspettata degli spazi, la profondità storica delle nostre città e dei nostri borghi. Fu questa dimestichezza con una natura inusuale, per lui che proveniva dalla dolcezza orizzontale della sua Olanda, a porsi alla radice di un percorso che poi s’avventurò negli spazi sconfinati della geometria e della cristallografia.

La superficie riflettente si rivela strumento per far emergere il conflitto quotidiano tra bidimensionalità e la tridimensionalità. La realtà, infatti, è sempre in bilico tra le due dimensioni perché si passa continuamente dagli oggetti alla loro rappresentazione su un foglio o al loro riflesso, ricreando il senso di profondità e spazialità anche su una superficie piana. Come mostra l’opera Mano con sfera riflettente (Escher Foundation, 1935) lo specchio oltre a suggerire volumi, permette di collegare e connettere fenomeni diversi, simultaneamente all’interno di un’immagine; esso, come una protesi, estende il raggio di azione dell’occhio, evidenziando più angolature da cui è possibile guardare e conoscere il mondo.

Quello che affascinava Escher è il limite del visibile, la singolarità del piano dove il vuoto finisce per divenire pieno e viceversa; la suggestione per l’illusione spaziale e l’interesse per la cristallografia lo avvicina all’approfondimento delle “figure impossibili” e, contemporaneamente, agli studi per la rappresentazione dell’infinito.

Escher trasforma il conflitto tra percezione e giudizio in una serie d’immagini atte a mostrare sia la struttura matematica e plurale del mondo sia il principio della compenetrazione di più mondi e di molteplici punti di vista. L’artista non raffigura più la natura direttamente, ma opera una sintesi costruendo spazi diversi (Superficie increspata, Collezione Federico Giudiceandrea, 1950; Pozzanghera, Collezione Federico Giudiceandrea, 1952;Tre mondi, Collezione Giudiceandrea, 1955).

Il secondo viaggio del 1936 all’Alhambra di Granada permette ad Escher di approfondire lo studio per l’arte ornamentale islamica basata sulle tassellature regolare del piano con figure a incastro geometriche e astratte; trova qui le sue radici la ricerca escheriana dei tre modi per dividere il piano: traslazione, rotazione e riflessione.

 Ripetizione e moltiplicazione: due semplici parole. Tutto il mondo che si può percepire con i sensi diventerebbe un caos pio di significato se non si facesse riferimento a questi due concetti…se venissero a mancare, immediatamente la realtà sembrerebbe esplodere, come una bomba “(Escher)

Tra sfondo e figura prende forma un corpo e l’astratto diventa concreto. I disegni di Escher si trasformano quindi in esseri plastici indipendenti in grado di uscire e rientrare nel piano, dando vita anche ad un ciclo. Ancora una volta si assiste a un passaggio tra diversi livelli di realtà (Metamorfosi, Collezione Federico Giudiceandrea, 1939; Specchio magico,  M. C. Escher Fondation, 1946)

La suggestione spaziale di un’immagine piana può essere così forte che si possono suggerire su di essa dei mondi che, in tre dimensioni, non potrebbero assolutamente esistere. La visione di Escher inganna e svela l’inganno come nelle opere Belvedere (Collezione Federico Giudiceandrea, 1958; Cascata, Collezione Federico Giudicendrea, 1961; Ascendente e discendente, Collezione Giudicendrea, 1960; Altro mondo,  collezione privata,1947).

L’immagine che ne risulta è come un gioco di prestigio, pur sapendo che dietro non c’è nulla se non il mistero dello spazio e dei conflitti tra le dimensioni che rendono possibile il nostro mondo di realtà e illusione.

- Maria Rita Ursitti -


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